J.A. Plateau enunciò nel 1829 la teoria completa della persistenza dell'immagine. Il cervello umano non percepisce la luce fino a un decimo di secondo dopo che essa è stata spenta. Plateau realizzò nel 1832, per dimostrare la sua teoria, un giocattolo con il quale ogni immagine viene presentata all'occhio prima che quella precedente svanisca nella testa. La persistenza dell'immagine inganna il cervello dando l'impressione di guardare un oggetto in movimento. Così, Plateau inventò il fenachistoscopio...
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Immagine di sfondo realizzata da Ammonio
Fenachistoscopio è stato catturato, mischiato e inscatolato da Ammonio
scritto da Ammonio venerdì, 09 maggio 2008 - 11:44
Riporre il sangue nero nella nuda conca dell'apatia e il giorno implode aldilà delle espressioni in cartongesso e stringhe di carcasse umane e dondolarsi nell'aria tra le schegge delle tapparelle. Sulla pelle si posa graziosa l'appendice malata di una nuova coscienza, quella che invoca organza sui confini seta morbida a coprire zone d'ombra ornate di corpo...
Dice fermati dice me fermati dice fermati me ferma.
Come quando sciacquando la polvere della costanza dal viso resta solo un'impalcatura sfatta di occhiaie e alito cattivo giù per il gorgo nero dei tuoi occhi..
Sensibilità tediata da note cattive.
scritto da Ammonio giovedì, 03 aprile 2008 - 11:57
Sguardo come prurito sul mio letto ingabbiato di carne cresce nell'abbandono momentaneo, obtorto collo, concubino di riflessi. Mattanza di ciò che la notte ha creato prontamente eretta sul raggio filiforme dell'ultimo sorriso nelle diapositive degli occhi. Tanto delude alla fine, lasciando a metà tra ossa e fiato.
Preso profumo di eternità, prendimi, sussurra, pelle in fiamme languisce tra le cosce. Non più bisogno gonfio di rabbia e intanto sarò andata via nell'eco del prossimo scontro onirico, lasciandomi mentre ricordo che ero bambina seviziata d'affetti. Poi la mano che profuma di giudizio sulla fronte sudata, da riciclare se chiede aiuto, appendice, questa, di una realtà nutrita di nicchie nel caos lasciata a terra, a farsi male. Quasi ad intendere che non dimentica mai le cose come me.
scritto da Ammonio mercoledì, 02 aprile 2008 - 15:59
Tentacoli di me avvolti al desco della coscienza, inceppata quasi, scatola cranica di mera fuligine. Aderente, il fiato congestionato vestito a festa per.
Filamenti di echi autoimmuni nelle risate che rimpinguano Sontuosità, crepe si aprono sul viso. Ed è armato, lo sento, armato, mentre posiziona lacrime sul ciglio delle mie palpebre, fredde e dure le intenzioni che annaspano nei residui del corpo, armato il ricordo di chi seduto tra le pieghe dello stomaco, brucia di tentativi a scadenza e punta le cavità più tenere dove costruire ragione.
scritto da Ammonio mercoledì, 12 marzo 2008 - 17:31
Carcere di carne insabbiato e disadorno di pelle-straccio e sentimenti bulimici al tatto parole sagoma da accartocciare quando sbarra i suoi antri e ancora mi chiedo si apre il giorno in dissolvenza di stelle intermittenti mentre veste a nuovo ventiquattro frammenti di cielo negoziabili certo al contrario di. Madre, Posso Sbozzarmi Da Sola? amare mai gli spettri di quelle barriere anatomiche eppure quasi affamata oltremodo affranta per l'ombra dissezionata del dito che mi indica atteggiamenti collante con cui fornicare... Fiato da costruire muri. E questi fremiti, dio, di quasi interferenza.
Osservo cielo-ansia di stagnola strappata, consunto da anarchica disperazione secerne tossine diurne. A volte mi fermo a fissarlo fino farlo diventare immateriale a forza di presenza, così chiara, necessità e fragilità così oscura, anestetizzate da sorrisi, allenate a sfoderare facce da rivista pertinente chirurgicamente oltre la perfezione. Nei mattatoi del risveglio giacciono legacci psicotici di ingannare il tempo, ma gli occhi, cielo gli occhi maniaci di compassione precipitano nelle mascelle del mondo. Ci sono mattine, come questa, in cui gli edifici hanno aspetti lividi di pietra fredda e involucri umani adottano facce da richiesta. Nel dubbio dell'indifferenza, imbevo la vista di cielo-nebbia che ha interesse a svegliarsi lentamente, la serranda è così vicina...
Sonnolenza a bocca aperta, come di vecchiaia stanca e malata egostasi reclinata indietro, penosamente diversa dal percorso di passi minati. Parca Mente, mattatoio di palpebre esili spigoli dolenti di respiri affilati nello stento sibilare, animosa infermità del cuore. Eppure nella miseria infinita di questi attimi orfani di abbandono, la dimostrazione più chiara delle nuove mosse pronte a rivelarsi.
scritto da Ammonio venerdì, 29 febbraio 2008 - 17:03
Come dire ricamare ricordi sulle ciglia, come dire. Dimenticanza indotta e carne meccanica stirata tra i denti. Come dire, lancia il suo requiem cavo d'orgoglio. Tracce pastello dentro sguardi cerei e celluloide nella mente e menomazioni sillabiche mentre catturo il nome delle cose. Viltà, come dire, ali di carta per cadere. E fermamente credere nell'ombra che colora di grigio le note scordate di vocalizzi stanchi. Come dire, la luna nel pozzo ed io zuppa dell' agognato candore: disprezzo, come dire, e si cade. Giornate striate di stanchezza riversano parole di filo spinato giocano all'amore. E scopro come nel girotondo carico di zeri è facile trovare cantucci ove stendersi.
scritto da Ammonio martedì, 26 febbraio 2008 - 16:47
...e trovo splendida la condensa d'assenteismo che come il tassello bianco di un cruciverba necessita di un tocco di falsa sapienza per ritrovarsi pieno e tronfio di significato. Virtù che buca il primo strato di innocenza. Avrà cura di noi? Avrà cura di noi? Avrà cura di noi? Avrai cura?